E come se non bastasse il problema delle quote c’è il nodo del prezzo, inchiodato da gennaio ai 33,156 centesimi al litro, al di sotto di qualsiasi livello di sopravvivenza per le aziende agricole, con le industrie sorde a qualsiasi richiamo di buon senso legato all’andamento dei formaggi dop che si sono rivalutati anche del 20%.
Gli industriali hanno offerto pochissimi centesimi quando si è trattato di adeguare il prezzo pagato alla stalla. Un paio di centesimi rispetto ai circa 44 che rappresentano il valore del latte italiano se venisse calcolato in base all’aumento registrato dal grana padano e dal parmigiano sul mercato all’ingrosso. In Lombardia oltre ai ricavi delle vendite dei formaggi, le industrie stanno intascando senza il minimo sforzo e senza alzare un dito anche mezzo miliardo di euro all’anno pari alla differenza fra il valore del latte (45 centesimi) e il prezzo (33,156 centesimi) al quale lo pagano in realtà. Una cifra ampiamente sufficiente a giustificare i 40 centesimi al litro chiesti dagli allevatori senza provocare aumenti per i consumatori, sempre che le industrie non pretendano di continuare a bere un fiume di soldi sulla pelle degli agricoltori e delle famiglie italiane. Le industrie di trasformazione incassano dimenticando i dati diffusi all’ultima assemblea di Assolatte, poco più di un mese fa, che spiegavano che il mercato è in ripresa e che le esportazioni volano. Tutto il contrario di quello che, durante le trattative della fine 2009 hanno raccontato chiedendo un gesto di responsabilità degli agricoltori. Ora che lo stallo è passato hanno deciso di “rovinarsi” offrendo un centesimo in più al litro. Intanto gli allevatori sono costretti a tentare di far quadrare i conti usando i premi sulla qualità, i fondi che la Ue riconosce all’agricoltura e il recupero di parte dell’Iva. Alle attuali condizioni, spiega la Coldiretti, le industrie stanno comprando il latte sottocosto e in pratica stanno facendo pagare la differenza agli italiani, agricoltori compresi. E poi, spiega il vice presidente nazionale Nino Andena, si dimenticano anche le centinaia di migliaia di euro che incassano ogni anno dallo Stato, per le misure a sostegno della filiera, ossia di una serie di soggetti, (compresi agricoltori e consumatori), che però di quei fondi non vendono un centesimo, perché finiscono in impianti e pubblicità delle industrie, non certo negli adeguamenti del prezzo del latte alla stalla o in sconti ai consumatori.
Le industrie:
lucrano sulla differenza fra valore dei formaggi e prezzo del latte; incassano indirettamente i sostegni comunitari all’agricoltura e i premi qualità che gli allevatori sono costretti a usare per coprire i costi che l’attuale prezzo neppure compensa; restano silenziose sui fondi regionali che ricevono per il sostegno all’intera filiera agroalimentare italiana; sostengono di aver ritoccato al ribasso i prezzi del latte al consumo ma si scordano di aggiungere che è successo dopo due anni che lo stanno sottopagando; lasciano un mare di differenza fra i 33,156 centesimi alla stalla e l’euro e 40 centesimi al dettaglio del latte fresco alta qualità.
21 Luglio 2010
E’ COSI’ CHE SI VALORIZZA IL LATTE ITALIANO?